GLI
INGORGHI – GLI SGORGHI
<1981 - 1989
>
Lo vidi entrare pallido e scosso
percosso dalla solitudine
temeva presenze
inghiottiva parole
trasmetteva mormorii labiali
si avvicinò
stremata io m’allontanai
gli gridai di uscire dalla stanza
gelando le pareti
alzò lo sguardo
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magari quella notte
piansi pure
la luce fu
la luce
quella dell’alba?
la mia vista
non la riconobbe
nulla più
nulla più
che il sentiero
ed il tempio
il fiume era dolce
e saporito il verde
colore della terra
che bevvi .
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Gioia esprimiti.
Perduta nel tuo oblio sarò
a galla da ogni io
vivrò
Morte e vita annegare
in sereni voli
saprò pensare
E le cose rimpicciolire
l’attimo l’ora
potrò capire
Del tuo pensier già corron fremiti.
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Ho la cometa su di me.
Ed è come spiare
il tempo
Senza tempo
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Ma ecco una nuvola
i dubbi li ha anche il cielo..
e stasera la rabbia ruggente
m’intasa di strano ateismo
non preghiera ma infantile accusa
e fa, Creatore, che ci piova sopra.
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Passeggiava sull’erba falciata
e l’odore vaporava come di
fresca ferita
marciava funeraria
ascoltando dilaniate impressioni
di vegetale tristezza.
Fu lei a strappare quel fiore
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dolcezza d’inchiostro
se più nulla esistesse
e scriverei soltanto
per-dio
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“A mia madre”
Ti parlerò d’amore
ora
tornata da laggiù
dove il tempo era fasullo
e fasulla la vita del tempo
o sconvolgente natura
amami
come la madre porge il seno
e dovesse il latte tuo non saziare più il mio corpo
insegnami a volare
ma sempre fra le sue braccia.
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Nella profondità io vidi alti cori di gloriosi addii
ebbero a pensare fosse follia
quando gli occhi socchiusero la disperazione
Credere: e quel cielo fosse caduto
nel centro m’avrebbe colpita
Non essere nervosa
l’infinito non può mantenere
QUESTO EQUILIBRIO
così crudele questa legge - ma
dovessi essere perfetta
mi ricompenserebbe
Apro le narici in questo fumo grigio di pensieri
e dissolti li vedo cadere
con il fruscio della matita
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Difficile farli pensare
dubbiosi si impongono
il sorriso
parlano parole
ed io pensieri
nessuno riesce a entrare nella mente
mia nebbiosa materia molle
porosa
viva e mutevole cervella
guizzante
nello spazio
sotto il sole
e dentro la notte
Domani -che mai più sarà domani-
proiettata ancora mi vedrò
sul pianeta
mossa da energia vitale
in uno scenario galoppante
che si trasforma fuggevole alla mente
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Dentro l’immateriale sembrò separarsi
Dolorissimo non fu mai detto.
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Pensai al fiume nascosto
tiepido fulgore di me
gli occhi la foce
il pensiero i vapori
eccolo
e piango
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Sarà stata la stagione degl’incanti
e degli incantesimi
osannarmi negli specchi
piove ancora infetto
non c’è anima che vaga
sarà spirito a inondare
sarà stata la stagione degl’incanti
e degli incantesimi
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Femori spezzati
sulla piazza dei manganelli
ululati di sirene terrestri senza capo né coda
il latitante è certamente fra loro
incubato ogni notte
dalla scabbia la rabbia la sabbia
dei suoi timori
troncategli il femore
l’arteria sarà
a spezzare quell’urlo
quel sibilo eco di velocità
Questa piazza è uno schifo.
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Piccole anguste polverose ragnatele
d’un sapore giallino di febbri
e di malumori
Gronda il soffitto di me.
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Perché io? / Un cervo sballato si stacca dal branco..
Perché sono proprio io? / comincia a correre verso la
pineta
Non riesco a capire chi sono.. / si ferma un istante e
si guarda attorno
Né come / con una spinta lieve del capo ricomincia la
sua corsa; grosse zolle di terra si alzano al suo passare.
E’ impossibile l’esistenza / Galoppa in preda a una
pazzia.
E’ solo un sogno / E sbanda da una parte stanco ormai
di rincorrersi.
Un lungo o breve sogno della materia cerebrale nel mare
dello spazio dove galleggiano le menti / la paura del pericolo e della
solitudine segnano il suo sguardo.
Sogno sempre più assurdo ch è solo incubo / Il cervo si
è gettato dal dirupo..
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Occhi della foce mia
foste voi i signori dello sguardo?
O soltanto i servitori?
io conosco il cielo che c’è in voi
non sa che di niente
il vostro profumo
liquefame infetto
c’è un orzaiolo di parole
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Credevo fossi arrivato più tardi
o no io non m’annoio ad
aspettare
vuoi amarmi subito?
forse sì sarà meglio ch’io spolveri
la scala
l’ultima volta abbiamo
sporcato i nostri abiti
e quella polvere ho respirato
così da vicino
io non conosco il timore
di morire
sarebbe tutto magnifico se
accadesse fra un po’.
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Amore stai qui
siediti
io ti guarderò - non parlare
il silenzio è nel cuore nel fegato
nel cervello
queste pupille mute ascoltano le tue
vedevo lontano quel giorno
ero impaurita
luttuoso sapore di cui nutrivo
i pensieri
siediti accasciati qui
aspetto soltanto di darti le mani
io guardo le tue
Non conosci il tiepido scroscìo
del liquido gassoso
andava sul mio corpo
e tutto ciò fu soltanto per me
il volo.
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Se questa tristezza
piovesse a grosse zolle umide
sul passato
quel che ho raccolto lo gusterei
amore mio
io non conosco altro nome che il tuo
disse un amico
“moriamo insieme volete?”
o eccomi a morire da sola
senza quel sogno sono
il sentiero di paglia sta bruciando
i tizzoni sotto i piedi io non sento
saranno queste lacrime
saranno queste lacrime
a dirti eccomi.
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Infatuati dalla luce
percorsero i sentieri sdrucciolevoli
inciamparono scivolarono
schivarono le fosse
infinemente vissero d’un solo respiro
il sapore crudo della carne al sangue fumeggiava
sulle braci
il calore non fu che scottature
piaghe e urli di dolore
il deserto rombeggiò
si aprirono le fauci della terra
in fondo proprio nel fondo
c’era il fondo
nient’altro che il fondo
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Pensavi e ti dicesti ch è vero
che è tutto vero
e domani servita sarebbe la tua verità.
Giocavi alla quercia in gemma fiorita.
Dolce domani pensasti
più amata sarà la tua persona
e niente più niente ti schiaccerà.
Speravi nel sole in tramonto.
Nessuno potrà più distogliere me
domani potresti amarti di più
e intanto t’odiavi nel fondo di te.
Sapevi il tuo domani accanito
e le tue mani sincere gli occhi fedeli
e mente che non seppe domani ricordarsi di te.
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Le isole si muovono
chiatte intrascinabili
come continenti
Divento golosa
gli orgasmi alimentari
quando scatta il meccanismo
La carta si restringe e non si scioglie
dentro una bottiglia
Saranno incubi da tarda digestione
diretti dal bicarbonato d’ammonio
sceneggiati dagli aromi naturali.
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Hai frugato a lungo nel mio utero
mentalmente distaccata mi chiedevo che cercavi
Rovesciarlo come una tasca
a vederne l’habitat
non t’è riuscito.
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D’un tratto si aprì una finestra
fuori c’era un gran vento
ma nulla si scompose sui tavoli sul pavimento alle
pareti
improvvisamente entrò
nella stanza
e chiuse quella finestra
si sedette sulla poltrona attendendo che la bufera
sfondasse
la sua porta.
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La verità fra luce ed ombra
fra eternità e fine
e le voci di Dio
il pianeta in baraonda
coi sensi accesi
i nervi fragili
le immense solitudini
come oceani e i suoi venti
materiali tentazioni
nel covo del cervello
animali assetati
scandiscono an-go-scia
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beate corolle spente
dal gelo
Primavera verrà
ma addio / che non vi
riconoscerò
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Voglio avere una dolce aria da respirare
e per non pensare alla pioggia
devo poter pensare al cielo
e le sponde di ogni mare
debbono essere morbide e sicure
per vagheggiare con la mente
ogni silenzio dev’essere svegliato
e per giocare con le acque
poter conoscere l’ossigeno
Voglio fermarmi con la moltitudine
e dir loro ciò che penso
e lasciar che loro dicano ciò che pensano
e per poi fare ciò che voglio fare
- mai vorrei -
riuscire a scoprire perché
Voglio costruire il colosso d’un castello
o un anfiteatro greco-antico
o una lunga e grossa fossa
per fucilarli tutti addosso al muro
per lasciare che si divertano
o per farli morire
nella terra calda
dove tornerete a germogliare / vegetali.
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Strappare le mie radici
lasciarle seccare
all’ombra d’un sole più caldo
vederle cadere
giù dal dirupo
morte senz’altro
senza la terra
rotolate lontano da idee / nodi appassiti
fuggite per sempre
da linfe di falso valore
estirpate da terre
inquinate dal niente
e andare.
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Puoi credermi amore
sarò per sempre sola
tu con gli altri darmi molto potrete
ma sola io sarò sempre
e così tu, dentro di te
toccherai te soltanto
Non esser triste, amor mio
pensa a come il coraggio di vivere
è grande in noi
che sappiamo d’esser soli.
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Sono ubriaca io non capisco la neve che scende la
pioggia che va il sole che splende la neve che scende la pioggia che va il sole
che splende la neve che scende la pioggia che va il sole che splende
e tutto l’amore che scoppia io non so
vita non è che un attimo che splende
io sono centomila io sono duemila
tu non sei che tu ed io ti amo
Così io ti amo
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Se la notte
questa notte
non dovesse finire
come nei ghiacci del Nord
ti vorrei qui
a non risvegliarmi
con il sole
ma coi tuoi occhi sopra i miei
a non sentire
i clamori del mattino