BIOGRAFIA DI PERIFERIA

ATTO I – IL TEDIO


Avevo vent'anni quando schiantai i miei sogni nei bicchieri dell'estremo


Avevo vent'anni quando bevvi i miei sogni schiantata dentro un bicchiere, nell'estremo estremismo di me


Avevo vent'anni quando vomitai i miei sogni di poeta, estremamente sommi e schiantati nelle disillusioni


Il Tedio


Quante volte ho percorso queste vie? Avanti e indietro, intorno la piazza, lungo il viale, Marina Julia, il Lido e poi la periferia della periferia, in cerca, alla ricerca, disperata ricerca.

Ma di cosa? Di un bar aperto? Di qualcuno con cui farsi una birra? Con cui parlare di qualcosa di cui valga la pena parlare?

Che palude questa periferia. Mi ha insegnato a trovare normale stordirsi.

Ricordo quanto odiavo i bar con i neon e la pessima musica, e c'erano solo quei bar.

Allora mi ubriacavo lentamente, puntualmente, tutto mi sembrava più vivo o almeno io, senza freni, potevo manifestarmi; estraevo il quaderno, le penne e cominciavano le notti dei racconti alcolici. Li coinvolgevo tutti, ognuno doveva scrivere qualcosa sennò il gioco finiva ed io entravo in uno stato di smarrimento e la mia migliore amica mi rimproverava, voleva portarmi a casa e mi diceva "Non farti le canne che diventi paranoica"..

Ho ancora quei quaderni scalmanati delle sbronze di tutti, deliranti e teneri, testimoni di una frustrazione aguzzina che si placava, accasciata, fra le braccia d'un nuovo amore.

Squarci d'un'adolescenza senza fine.


Sottoproletaria che non può studiare ma solo scrivere poesie nelle osterie, sono cresciuta col terrore di seppellire i miei talenti.

Quando un film o un libro mi emozionava con la pelle d'oca, le lacrime, i sorrisi, sentivo ancor più forte il soffocamento delle sabbie mobili, restava solo la malinconia a consolare il cuore in cerca d'ispirazione artistica; allora cosa si poteva ancora fare? Piangere? Farsi una canna in solitudine? Pubblicare su Internet ogni virgola, ogni agognata gloria di sè, infine appagata attendere l'indomani nel puntuale ufficio, le fatture, le prime-note, il fisco e la maschera della perfetta ragioniera?

La sensazione esatta è quella di schiacciamento, un arrancare, come chi sa dove andare ma non trova la strada.

Mi consolava la musica, la danza ubriaca nell'apparenza di me.

Discoteche sudate e barcollanti erano la mia Università.

Intanto morivano gli amici, uno dopo l'altro, consumanti dall'alcol o dalla rinuncia stessa di vivere. Ho visto menti geniali stroncarsi nelle vene il veleno supremo, musicisti gonfiarsi di vino, di vodka, di gin, birra, tequila e sambuca.

L'autodistruzione diventava l'occupazione principale, come emulazione dei poeti maledetti o come l'autocommiserazione della Dickinson, e poi sprazzi di creatività vibranti di tedio o d'amore.


Anni Ottanta, senza direzioni nè utopie.

Diventavo minimalista ossessiva dentro la mia testa e i concatenamenti in accelerazione mi facevano dubitare della paternità dei miei pensieri.

Quante induzioni ho subìto oggi? Questo computer planetario che mi porto sul collo su quale frequenza è sintonizzato?”

Allora s'acuiva la ninna-nanna della follia, una culla nell'ampolla di me.


Fine Atto I



Prosa

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