DENUNCE

 SE QUESTA E' L'OMELIA......

Abituata ad analizzare e commentare il catechismo cattolico ecco cosa mi ispira qst omelia raccappricciante e vuota del papa neo eletto.
L'esordio è da "unto", il prescelto profetizzato e osannato indossa la tiara, ne sente tutto il peso, intento a entrare nella storia (d'altronde aveva dichiarato nel suo primo vero esordio di essere umile.. ma un umile che si incensa umile è un umile?)..
Ma lo sconcerto cattolico arriva subito, la contraddizione che induce solo a credergli sulla parola xché nn s'è capito nulla è subito ben spiattellata nel solito tono splatter della chiesa: «a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio». Misericordia o vendetta?? la misericordia dura un anno e la vendetta un giorno? :?
Il delirio continua smp con l'attenzione a questo "Signore", il "Santo Padre" si confonde con il papa e il paternalismo autoritaristico si impenna e si impasta nel pernicioso culto della sofferenza: "in solidarietà con la sua sofferenza - diveniamo disponibili a completare nella nostra carne quello che manca ai patimenti di Cristo." Nella migliore tradizione insomma.. siamo nati per soffrire, siete dei poveri cristi, più soffri più vedi dio. La prima lettura diventa emblematica dell'involuzione millenaria ke tali affermazioni hanno prodotto nella moltitudine fino ad oggi, emerge pure massicciamente la clausola mortificante di dover incontrare qualcuno per illuminarci, delegando la nostra ricerca spirituale a un saccente parruccone ke crede di giocare a staffetta con Gesù..

La seconda lettura induce al pensiero unico: tutto quello che avete letto, scritto, studiato, elaborato, creato, partorito, vomitato, tessuto è spazzatura, solo il papa ti dà la verità, lui e il suo Signorotto antropomorfo ti mostrano la maturità della fede, tu sei nullo, nn sei capace di ispirazioni, dio nn ti visita se nn firmi il contratto con la diocesi.
La storica presopopea cattolica romana apostolica liquida "dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via." come forme di fuorvianza tossico-nocive, calpesta il genio, l'intuizione, la ricerca, la sperimentazione, la libertà.
Non si capisce cosa si intenda per "vago misticismo religioso", in effetti resta vago per la loro mente a 60 gradi tutto il sapere intimo della meditazione, della connessione e della centratura di sè, scevra di ritualità e libera di manifestarsi, nonostante il catechismo e le manipolazioni evangeliche.
"La dittatura del relativismo" secondo qst papa porta a correr dietro alle proprie voglie. La trovo un'affermazione imbarazzante soprattutto xché le voglie sono associate all'"io" e ciò denota come l'essere umano sia considerato un tubo digerente.. Superficialità inamissibile sul contenuto dell'io..
Imponente anche l'invito all'idolatria e al culto della personalità per qst maestro in esclusiva del quale nn hanno capito una virgola. Naturalmente la fonte di questo aberrante quadretto di frustrazione spirituale è il primo catechista, tal diventato San Paolo, il primo prete che nemmeno fu vero apostolo....

Ma ecco finalmente il Vangelo!
"Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: «Non vi
chiamo più servi? ma vi ho chiamato amici».

Quanto meravigliose possano sembrare qst parole nn concepisco.. dovrei ringraziare di nn essere serva? e quando mai lo ero o mi sentivo di esserlo? perché poi mi si chiama "servo inutile"? Quale senso posso dare a una vita così mortificante? Bene, ora mi chiama "amica", mi si concede una condizione privilegiata, ma da chi? Chi è il soggetto? Il papa? Il fantasma di un Cristo horror?
Le citazioni continuano a demolire ogni autostima: «questo è il mio corpo…», «io ti assolvo…», impregnate di un rinnovato vigore qst parole sembrano una minaccia, un'estrapolazione semplicemente faziosa. E diventa induttiva quando continua: "Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità", dando x scontato che siamo "deboli di mente", come dire minorati mentali, subumani.. infatti il figlio di dio è uno solo e noi siamo "figli adottivi" (cfr. Catechismo cattolico).

Che cosa voglia Isaia poi contraddetto da Gesù nn si coglie proprio.. di nuovo con 'sta vendetta e misericordia a corrompere gli animi attraverso la paura ed il ricatto.
Di nuovo a sfoderare maledizioni, parole che vibrano emozioni inquietanti, sordide e oscure, dov è la gioia della realizzazione? la beatitudine nella fonte divina?
San Paolo ai Galati fece puro terrorismo ed arriva ancora fino a noi qst visione del peccato, dell'espiazione a visitare menti innocenti di bimbi luminosi..
La conclusione è degna di commento: "Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi."
Ma chi l'ha detto che dio soffre per noi? sarebbe per giunta una vendetta, della serie: io, dio vittimuccia, ecco come sono costretto per colpa vostra.. Non si capisce, nn è chiara l'onnipotenza, l'immanenza, nn è chiaro un bel niente in qst tafferuglio mixato di dogmi e intimidazioni. Se mi mettessi a scrivere io un delirio del genere come minimo mi farebbero il t.s.o....

«Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando». Ma chi l'ha detta una bestialità del genere? Come si fa su qst basi a definire poi l'amicizia una comunione di volontà? Un Maestro direbbe una cosa simile? Un Papa sì.
Nn aggiungo altro a qst passo.

L'epilogo è degno di tutta l'omelia: "Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede"
Commentando il catechismo cattolico mi sono addentrata nel concetto di fede e di proselitismo, in sintesi l'accanimento invadente ed invasivo nella vita intima di ognuno diventa ai miei occhi "panteisti" una prevaricazione ben lungi da ogni qualsivoglia missione di redimere il mondo. Se poi è anke inquitante me ne stia ben lungi..
Il melassoso invito al distacco dal materiale, declamato infine come un'impotenza cosmica porta in sè altre contraddizioni cruciali. Da un lato si inneggia l'imponderabilità della manifestazione, ci fa sentire meschinelli, benedisce la sfruttamento e la povertà, dall'altro si afferma che l'anima umana rimane a eterna memoria, ma quale anima e a quale memoria nn si fa cenno..
Le parole si sprecano, fluttuano vuote o pregne di personali interpretazioni e non-interpretazioni, ci si riempie la bocca di egregore potenti, di memi martellanti, senza in fondo arrivare a nessuna vera conoscenza, nè del bene, nè del male, nè di ciò che va oltre il bene e il male.
Un marasma paludoso di paradossi, come sempre.

Per ribadire ben bene la sua potenza qst "umile" papocchio si autodefinisce un dono, conclude così la sua prima omelia, senza accennare a quel fantastico lapsus d'esordio che l'ha visto recitare di fronte a milioni di fedeli che "maria sta alla destra..", unico attimo profetico e ispirato del nuovo papa bavarese.

OM


L’omelia di Ratzinger, il testo integrale
In quest’ora di grande responsabilità, ascoltiamo con particolare attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in un momento come questo.

La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del Messia - un ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice: «Oggi si è adempiuta questa scrittura». Al centro del testo profetico troviamo una parola che - almeno a prima vista - appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sè, dice di essere mandato «a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio». Ascoltiamo, con gioia, l’annuncio dell’anno di misericordia: la misericordia divina pone un limite al male - ci ha detto il Santo Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona: incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Il mandato di Cristo è divenuto mandato nostro attraverso l’unzione sacerdotale; siamo chiamati a promulgare - non solo a parole ma con la vita, e con i segni efficaci dei sacramenti, «l’anno di misericordia del Signore». Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza - diveniamo disponibili a completare nella nostra carne quello che manca ai patimenti di Cristo.

Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui si tratta in sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella Chiesa, come doni del Signore risorto e asceso al cielo; quindi, della maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione e contenuto dell’unitá nel corpo di Cristo; e, infine, della comune partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione del mondo nella comunione col Signore. Soffermiamoci solo su due punti. Il primo è il cammino verso «la maturità di Cristo»; così dice, un po’ semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della «misura della pienezza di Cristo», cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minoritá. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere «sballottati dalle onde e portati qua e lá da qualsiasi vento di dottrina». Una descrizione molto attuale!

Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore.

Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare «qua e lá da qualsiasi vento di dottrina», appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novitá; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unitá e si realizza nella caritá. San Paolo ci offre a questo proposito - in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde - una bella parola: fare la veritá nella caritá, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono veritá e caritá. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, veritá e caritá si fondono. La caritá senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come «un cembalo che tintinna».

Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: «Non vi chiamo più servi? ma vi ho chiamato amici». Tante volte sentiamo di essere - come è vero - soltanto servi inutili. E, ciò nonostante, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con il suo io: «questo è il mio corpo…», «io ti assolvo…». Affida il suo corpo, la Chiesa, a noi. Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità - il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il mistero del Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». Ci ha reso suoi amici - e noi come rispondiamo?

Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il «giorno della vendetta per il nostro Dio»? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha pronunciato queste parole - ha concluso annunciando l’anno della misericordia. È stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi dopo la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il suo commento autentico a queste parole con la morte di croce. «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce?», dice San Pietro. E San Paolo scrive ai Galati: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede». La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi.

Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l’amicizia, è la comunione delle volontà. «Idem velle - idem nolle», era anche per i Romani la definizione di amicizia. «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando». L’amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme e unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia - e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: «Non come voglio io, ma come vuoi tu». In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!

L’altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto:

«Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo: vi ho costituito perché andiate? Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri - siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane - l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.

Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini. La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo, «ha distribuito doni agli uomini». Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo - il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia. Amen.

APRILE 2005



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